“La casa avanti ogni bene e la baita lassù sui pianori e nelle vallette: case e baite erette col materiale che la montagna elargisce con abbondanza. Mestieranti esperti producono la calce col calcare del filone litoide che degrada dalla tozza cima del Bles e s’addentra nel sottosuolo dell’alta Val Canè, risalendo lungo la val di Stòl a fasciare le cime del Coleazzo. Qui il marmo cristallizzato, saccaroide, per il nesso con lo zucchero (marmairo in greco vuol dire brillante), è parte preminente del paesaggio naturale e antropico ed appartiene alla nostra cultura. Un pedigree di oltre seicento milioni di anni: in un antichissimo mare, su antichissime terre si depositano argille e strutture calcaree di organismi marini per spessori di centinaia di centinaia di metri, trasformati nei secoli da giganteschi sommovimenti della crosta terrestre sino a subire, per un’intensa pressione e calore, metamorfosi chimica e mineralogica. Questa è l’interpretazione erudita sull’origine delle montagne dal cuore di marmo.”
(tratto da La mia Terra, la mia gente, del Maestro Dino Marino Tognali)
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La cava del marmo bianco che si trova in località Borom ed è posta a circa 1600 m s.l.m sulle pendici meridionali del Monte Bles tra Vezza d’Oglio e Vione; conosciuta e sfruttata fin dall’epoca romana, cessa l’attività estrattiva negli anni 60 del 900 a causa di una frana. L’area della cava risale all’Età Archeozoica (oltre 600 milioni di anni fa) e s’inserisce in un paesaggio tipicamente alpino modellato in prevalenza su rocce metamorfiche. Il marmo è caratterizzato da una grana variabile da fine a media, prevalentemente grossolana perpendicolarmente ai piani di scistosità.

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statua eroica cividate camunoL’importanza della roccia, come elemento vivo, veicolo di messaggi senza tempo è già evidente in età preistorica ai tempi degli antichi camuni, presenti anche in alta Valle Camonica. La prima testimonianza è il Sas de la Strìa (sasso della strega): grande masso erratico, che si trova alle pendici del monte Plaza, dominante l’attuale centro abitato di Vezza d’Oglio. Probabilmente già in epoca preistorica e pre-romana in località Castellino doveva essere presente un edificio fortificato, una roccaforte posta in posizione elevata e circondato da mura che avevano compiti difensivi. In epoca romana la roccia è fonte primaria per edificare e costruire palazzi, oltre che essere materiale prezioso per decori e ornamenti, infatti pietre ornamentali vengono raccolte a Roma provenienti da ogni parte del Mediterraneo. I reperti, lapidi del tempo e alcune opere scultoree di buona fattura, conservate al Museo Santa Giulia di Brescia, testimoniano come già in quell’epoca fosse utilizzato il marmo bianco della cava di Vezza in scultura. A Brescia sono conservati: una testa femminile di divinità del I secolo a.C., un sarcofago del IV secolo con scene bibliche ed il trittico marmoreo dei santi Onorio vescovo, Faustino e Giovita, risalente alla fine del XV.
Nel 2004 viene ritrovata a Cividate Camuno una statua in marmo “Statua Eroica di Cividate Camuno” che rappresenta un personaggio virile stante, di grandezza superiore al naturale.

Di recente restauro sono le statue, ritrovati negli scavi della Villa romana di Desenzano, ora parzialmente ricomposte, appare prodotta entro il II sec. d.C. Tra le sculture spicca per qualità artistica la delicata testa di un adolescente databile tra l'età traianea e la prima età adrianea. Dopo la caduta dell'Impero Romano i monumenti diventano per molti secoli delle vere e proprie cave dalle quali si attinge in funzione delle diverse necessità (anche per produrre calce).

Fin dall’anno 1000 i marmorini vezzesi prestano la loro opera a Brescia (Da Lezze - Catasti del 1609), grazie all’influenza dei monaci di Tours che dal 774 si stabiliscono nella zona fondando la chiesa di San Martino ed inseguito della Famiglia Federici, guelfi che dal 1300 costruirono numerosi edifici nella zona come il palazzo omonimo, visibile nel centro del paese e reso fruibile grazie ai recenti restauri. Con il Rinascimento nascono nuove esigenze stilistiche e architettoniche che portarono ancora al riutilizzo di pietre di cava antica, scampate alle razzie medievali, ma soprattutto alla ricerca di nuovi litotipi. Il marmo di Vezza, per il suo candore e lucentezza, diventa l’elemento principe in architettura. Arricchisce le case dei vezzesi, in cui spesso troviamo piccoli elementi architettonici o intere pavimentazioni; ed è il protagonista assoluto del culto. Per il suo candore, come immacolato involucro, contiene l’acqua santa di numerose chiese della Valle Camonica e diventa protagonista dei grandi restauri di epoca barocca. Numerosi sono i portali, capitelli e stipiti che attestano il suo utilizzo come i meravigliosi esempi che vediamo nella Chiesa Parrocchiale di San Martino nella piazza principale del paese, nella chiesetta di San Giovanni Battista, nella Casa Canonica e al Cimitero.
Come non citare la Chiesetta di San Clemente, denominata così proprio in richiamo al patrono dei marmisti San Clemente, sorge nel territorio limitrofo alla cava. Si narra come, nel miracolo operato nel Chersoneso, il Santo riuscì a dissetare i cristiani che erano stati condannati a lavorare nelle cave di marmo e lì incoraggiò ad avere fede e qui, secondo gli atti, fu lui stesso costretto ad estrarre e tagliare il prezioso minerale. Nella zona pianeggiante che sovrasta la valle e precede di pochi metri il santuario (dove attualmente sono posizionati i fornelli del gruppo alpini di Vezza) sorgevano le fornaci utilizzate per l’estrazione della calce, ricavata dal marmo, mentre qualche centinaio di metri sopra era posizionata la Cava.
Nel 1803 si attesta l’utilizzo della polvere del marmo di Vezza per composti simili alla porcellana. (Lettera Scopritore e Preparatore Sacerdote Cattaneo di Edolo 1803).

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L'estrazione del marmo si è modificata nel corso dei secoli con il succedersi delle diverse tecniche.
La forma più elementare di estrazione della pietra consiste nell'allargare le fenditure e spaccature naturali della roccia fino a provocarne il distacco; questo sistema, già usato in epoche remote, viene ancora utilizzato negli ultimi anni di sfruttamento della cava, a causa della mancanza di mezzi.
Negli anni Cinquanta con l'arrivo in loco dell'energia elettrica il lavoro alla cava si fa meno pesante, in particolar modo nella fase di squadratura dei blocchi di marmo, successivamente al distacco dalla montagna. Infatti, mentre in precedenza la prima lavorazione del blocco di marmo viene effettuata a mano con scalpelli, per conferire misure commerciali e forme regolari, in questi anni si rende possibile l'introduzione dell'impianto a filo.

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Il trasporto dei blocchi di marmo a valle non è mai stato semplice, e con il passare del tempo i diversi concessionari della cava hanno "sperimentato" vari metodi di trasporto, così come la lavorazione affidata e svolta in luoghi e da soggetti differenti.

Approfondimento – Il trasporto e la lavorazione >>>

“…è dalle pupille che identifico l’uomo che ha montato macigni, che li ha squadrati col mazzuolo e lo scalpello e ha preparato bulugnì per edificare solide case che ancora affrontano senza scrostarsi le intemperie e i guasti del tempo. I suoi occhi, in un volto screpolato più che incavato dalle rughe, sono ustionati dalle scaglie: uno è color della carne e guarda di traverso; occhio che più non teme le schegge di granito. Dopo anni di sole, di frammenti silicei, di umidore sono cerchiati di rosso, luccicano nelle orbite arse e la notte gli pizzicano. Ancora lo riconosco dalle mani che sono un amalgama di muscoli e di ferro succhiato dalle sabbie. Dita informi di pelle indurita, grinzose, che hanno impugnato quelle punte di nero metallo che il fabbro aguzzò con la brace e che ‘l scalpilì fa splendere il sole. Mani ruvide che hanno stretto il manico del mazzuolo, l’hanno scavato intorno ai nodi, l’hanno lustrato, hanno fatto volare scaglie che erano di troppo, hanno bocciardato e arrotondato angoli con colpi sicuri come colpi di battacchio e hanno grattato dalla fronte la polvere silicea cementata col sudore.... 
(tratto da La mia Terra, la mia gente, del Maestro Dino Marino Tognali)

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