Estratto de: "La mia terra, la mia gente" - Maestro Dino Marino Tognali

Gli uomini delle pietre

La casa avanti ogni bene e la baita lassù sui pianori e nelle vallette: case e baite erette col materiale che la montagna elargisce con abbondanza. Mestieranti esperti producono la calce col calcare del filone litoide che degrada dalla tozza cima del Bles e s’addentra nel sottosuolo dell’alta Val Canè, risalendo lungo la val di Stòl a fasciare le cime del Coleazzo. Qui il marmo cristallizzato, saccaroide, per il nesso con lo zucchero (marmairo in greco vuol dire brillante), è parte preminente del paesaggio naturale e antropico ed appartiene alla nostra cultura. Un pedigree di oltre seicento milioni di anni: in un antichissimo mare, su antichissime terre si depositano argille e strutture calcaree di organismi marini per spessori di centinaia di centinaia di metri, trasformati nei secoli da giganteschi sommovimenti della crosta terrestre sino a subire, per un’intensa pressione e calore, metamorfosi chimica e mineralogica. Questa è l’interpretazione erudita sull’origine delle montagne dal cuore di marmo.

 

LO SCALPELLINO – La tradizione

..è dalle pupille che identifico l’uomo che ha montato macigni, che li ha squadrati col mazzuolo e lo scalpello e ha preparato bulugnì per edificare solide case che ancora affrontano senza scrostarsi le intemperie e i guasti del tempo. I suoi occhi, in un volto screpolato più che incavato dalle rughe, sono ustionati dalle scaglie: uno è color della carne e guarda di traverso; occhio che più non teme le schegge di granito. Dopo anni di sole, di frammenti silicei, di umidore sono cerchiati di rosso, luccicano nelle orbite arse e la notte gli pizzicano. Ancora lo riconosco dalle mani che sono un amalgama di muscoli e di ferro succhiato dalle sabbie. Dita informi di pelle indurita, grinzose, che hanno impugnato quelle punte di nero metallo che il fabbro aguzzò con la brace e che ‘l scalpilì fa splendere il sole. Mani ruvide che hanno stretto il manico del mazzuolo, l’hanno scavato intorno ai nodi, l’hanno lustrato, hanno fatto volare scaglie che erano di troppo, hanno bocciardato e arrotondato angoli con colpi sicuri come colpi di battacchio e hanno grattato dalla fronte la polvere silicea cementata col sudore. Lo si distingue il mio taiasàs dalla schiena arcuata come una roncola quando si inerpica e dalle gambe storte e dure per il lungo stare seduto. Presto attenzione alle sue parole che lancia come schegge di pietra contro invisibili barriere che il silenzio, sera dopo sera, gli ha eretto intorno. È una storia la sua fatta di rinunce e di pericoli, storia di persone temprate e resistenti, rudi come la pietra stessa. Dalle frustate lancinanti del sole estivo si difendeva con verdi frasche legate ad un palo e quando i bulfì spolverava nell’aria il nevischio e cacciava nelle ossa gelo e noia, i blocchi lavorati s’ammucchiavano più rapidamente. Granito, scisto, marmo: materia che la natura ha elargito e che el picapréda le ha strappato con opera ostinata. Ha cavato a mano con massot e ponta, con mazza e cunei, con piccoli argani, con rudimentali marciapìc, il blocco d’arresto della montagna. Ha usato con maestria i punciòcc, spinti nella sèda i cügn di ferro entravano sicuri tra le lame degli scisti secondo i punti di sfaldamento per preparare le prède, le lasse per i tetti: el tai avveniva secondo i ‘l vèrs secondo la fessurazione naturale. I cügn di legno, sottoposti a dilatazione con acqua, spaccavano la pietra nelle parti volute. Batteva la pesante massa su teste d’acciaio di lunghe aste per preparare cavità profonde alla mina che avrebbero spaccato quelle pietre così giuste, così logiche. Attrezzi arcaici, usati da secoli, di forme suggerite da valide esperienze, autentici reperti culturali, efficienti e insostituibili dalle macchine. Con quel materiale povero sono nate in montagna favole e tesori: ‘l reciart per conservare il burro e i grassi, i ciclopici bïöi per l’abbeverata, le fontane con bordi non più spessi di 10 cm, gli stipiti per le porte delle baite, balconi, archi rampanti che si aprono nei cortili, conci, colonne, pilastri sagomati, architravi ben intagliati, macine da mulino, acquedotti, crocefissi, l’ordinata tessitura dei muri dei terrazzamenti. Di pietra è fatto il volto annoiata e amimastanca dei nostri paesi. Pietra, pagina privilegiata su cui marcare in modo incancellabile immagini sacrali: pietra altare, pietra segno, pietra simbolo. Sotto la rude scorza del taiasàs si cela un’anima d’artista. Le sue parole fanno emergere secoli di storia, legata al lavoro della pietra. Ricorda la grande abilità dei maestri comacini che, conosciuti già al tempo dei Longobardi, incitati dall’innato istinto di lavorare la pietra a scquadra, da semplici operai sono diventati architetti e scultori da lasciare imperituri monumenti. Si racconta di maestranze camune, tagliapietra e muratori che, nel 1600 emigrati nel tirolo fondano generazioni di esperi scalpellini. Sottolinea che le vicigne dei nostri paesi affidavano la costruzione delle chiese, dei ponti, degli acquedotti solo a validi spaccapietre. La montagna, questa nostra montagna non è solo natura, ma un’immenza riserva di esperienze vitali, dove nulla è andato perduto. “tutti costoro confidavano nelle proprie mani e ciascuno è esperto nel suo mestiere. Senza di essi non si edificherebbe città alcuna, ne s’abiterebbe, ne s’andrebbe in giro. Eppure nell’adunanza non danno molto, non siedono sul seggio del giudice” (Ecclesiastico 38,35,40) forse è per questo che non ci sono più giovani che vogliono imparare i mestieri della montagna, anche se di pietra ce n’è ancora ma lasciarla “ squarciar le vene perché si possa cavare il duro latte de’ marmi anzi il lor sangue per arricchir questa patria”. (Padre Gregrio di Valle Camonica), costa troppi sacrifici e non si è valutati secondo i meriti. La laboriosità e la capacità di òm delle prede sono oggi svuotate, ormai, dal loro significato originario, da quando lo sviluppo turistico ed industriale dell’ultimo dopoguerra ha alterato le immagini dell’architettura e turbato dal di dentro l’antico disegno. Rifletto e m’accorgo di aver già imbastito addosso al mio uomo tutto un poema epico, la storia di un mestiere che si è perso, il ricordo di artigiani un po’ selvatici, un tempo artisti che vivevano tra i sassi e di sassi. Gente di poche parole perché la lingua impastata di polvere si muove a stento e la gola è secca.

tratto da La mia Terra, la mia gente, del Maestro Dino Marino Tognali)