Il trasporto e la lavorazione

Il trasporto dei blocchi di marmo a valle non era per niente semplice, quindi con il passare del tempo i diversi concessionari della cava hanno "sperimentato" differenti metodi di trasporto.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, la ditta "Ameni" ottenne il permesso di utilizzare i frammenti di marmo provenienti dalla cava più ad est; questo marmo fu utilizzato per fare la ceramica. Veniva trasportato a valle con casse di legna attraverso una teleferica che partiva dal Borom, esattamente dalla località Predèra di Foce, e arrivava alla SS42 sotto le case della frazione di Carona. Contemporaneamente era in funzione anche un'altra cava, situata sotto le case del Borom, dalla quale venivano estratti blocchi di marmo utilizzati per la produzione di calce o impiegati per realizzare pavimentazioni stradali. Anche questi blocchi di marmo erano trasportati a valle grazie ad una teleferica che aveva il suo punto d'arrivo coincidente a quella precedente. Questa seconda cava era data in concessione alla ditta "Cav. Martino Ferrari". Quando nel 1946, fu aperta l'ultima cava di marmo, situata più ad est rispetto alle precedenti, fu data in concessione alla S.I.M.C.A (Società Industrie Marmi Camuni) ed inizialmente i blocchi di marmo erano portati a valle attraverso il metodo della lizzatura; la lizza è una sorta di slitta di legno sulla quale si caricavano i blocchi riuniti in "cariche", per farli scivolare a valle lungo strade a forte pendenza, guidandone la discesa con delle funi. Ogni carica veniva sollevata mediante martini e posta su due lunghi pattini di legno, detti lizze, di sezione 15 x 15 cm e lunghezza variabile da 6 a 12 m, con l'estremità anteriore ricurva. Il carico veniva poi fatto scorrere su piccole travi di legno dette parati, lunghe da 1 a 1,2 con sezione di circa cm 12 x 12, spianati superficialmente, disposti trasversalmente alla direzione del movimento.

Trasporto dei blocchi di marmo attraverso il metodo della lizzatura
La squadra di lizzatura era formata da circa 6 operai al comando di un "capo lizza" che dava gli ordini ai "Mollatoli" per svolgere le funi di ritenuta dai "piri". Tale mezzo di trasporto non era utilizzato per tutto il tragitto bensì solo fino all'incrocio della strada che sale da Carena con il torrente Ciplì: da lì i blocchi di marmo continuavano il loro tragitto su carri trainati da buoi, e così giungevano sino in piazza IV luglio, dove venivano caricati sui camion.
Nel 1950, la S.I.M.C.A. rinunciò alla concessione di utilizzo della cava, e a questa subentrò la "Vezza Marmi", la quale attivò la costruzione di un piano inclinato che partiva dalla cava per giungere sino alla località Fornaci, appena una decina di metri sopra la Strada Statale numero 42.
Tale costruzione, era caratterizzata da un binario sul quale scorrevano i carrelli, azionati da due argani, posti uno nei pressi della cava, adiacente al piazzale di lavoro e l'altro in cima al piano inclinato, riparato da una baracca costruita con marmo bianco. La portata massima di ogni carrello era di 70 quintali (fune dell'argano aveva un diametro di 20 mm).

Dopo aver subito la squadratura, i blocchi di marmo erano caricati su un carrello, con o senza sponde in funzione delle dimensioni, e percorrevano un tratto in lieve pendenza oltre il quale, prima di iniziare la discesa, venivano momentaneamente fermati in una piazzuola dove vi era un raccordo di scambio, in modo che il carrello vuoto raggiungesse la cava, per rendere l'operazione più veloce. Il carrello carico, veniva fatto scendere lungo il piano inclinato, il quale aveva una lunghezza di 1250 m e compiva un dislivello di 500 m.
Quando il carrello arrivava in località Carona, i blocchi erano scaricati attraverso l'aiuto di rulli di legno e caricati sui rimorchi per essere trasferiti altrove per la lavorazione.

Lavorazione Del Marmo
A seconda della ditta concessionaria della cava la lavorazione del marmo, avveniva in luoghi ed eseguita da soggetti differenti: quando il concessionario era la S.I.M.C.A. del geometra Pirotta, piacentino, il marmo veniva portato a Sonico (BS) nella segheria di proprietà dello stesso che, era ubicata nei fabbricati, sotto la Stazione ferroviaria del piccolo paese, ancora oggi visibili. Successivamente, subentrò la "Società Vezza Marmi", la quale affidò la lavorazione del marmo alla "Marmi Italia" a Nuvolera (BS). Qui il marmo camuno era trasformato in lastre utilizzate per la pavimentazione. Le lavorazioni del marmo estratto dalle cave di Vezza d'Oglio erano essenzialmente: il taglio, la fresatura e la lucidatura.
Il taglio grossolano dei blocchi di marmo, attraverso l'uso di telai a lame multiple, costituiti da una robusta intelaiatura di quattro montanti in ghisa, fra i quali veniva fissato il carrello trasbordatore che portava il blocco. I montanti sostenevano quattro aste rigide (stacchi) uguali, che oscillavano sostenendo nel suo movimento il telaio portalame di dimensioni massime di 6 m x 2.50 m.
Il telaio portava sui suoi lati brevi lame costituite da lastre di ferro dolce larghe 100 mm, dello spessore medio di 3 mm e della stessa lunghezza del telaio, tese mediante appositi tendilame di ferro, e distanziate mediante tacche di legno di spessore uguale a quello delle lastre desiderate.
Il telaio riceveva, con un ritmo di 60 corse al minuto, il movimento alternativo di sollevamento e abbassamento mediante una lunga biella collegata ad un volano o batteria. Al contempo una pioggia di acqua mescolata con sabbia quarzosa (nella proporzione di 20% rispetto a 80% di acqua), cadeva dall'alto nelle fessure, introducendosi sotto le lame e provocando il taglio del marmo. Contemporaneamente il telaio per l'azione di appositi vitoni verticali alloggiati nelle colonne di sostegno, si abbassava progressivamente.
La fresatura delle lastre richiedeva la massima attenzione per ottenere i migliori risultati estetici e ricavare il maggior numero di pezzi di dimensioni uguali o quasi a quelle desiderate dal cliente; le misure variavano in funzione della destinazione delle lastre.
Le lastre grezze erano ridotte alle dimensioni volute (raffilate) mediante apposite macchine segatrici, le quali potevano funzionare anche da sagomatrici.

Generalmente, dopo il taglio e la fresatura, le lastre venivano sottoposte all'operazione di lucidatura, per dare brillantezza alla superficie della lastra, e permettere la perfetta riflessione della luce. Questa operazione era effettuata spargendo sulla lastra polveri abrasive, mediante smerigli sempre più fini, e passando un disco rotante di materiale abrasivo chiamato lucidatrice.

Tratto dalla Tesi di Laurea "La valorizzazione della ex cava di marmo bianco di Vezza D'Oglio, come fulcro di un sistema di percorsi verdi montani", Chiara Baccanelli, Università degli Studi di Milano, 2001-2002