L'attività estrattiva

L'estrazione del marmo si è modificata nel corso dei secoli con il succedersi delle diverse tecniche. La forma più elementare di estrazione della pietra consiste nell'allargare le fenditure e spaccature naturali della roccia fino a provocarne il distacco; questo sistema, già usato in epoche remote, era ancora utilizzato negli ultimi anni di sfruttamento della cava, dove vi era la mancanza di mezzi e quindi non vi era la possibilità di usare sistemi meccanici.

Il marmo veniva estratto utilizzando cunei di legno, introdotti nelle fenditure orizzontali (litoclasi o peli) o verticali (diaclasi) della roccia. I cunei venivano continuamente battuti e abbondantemente bagnati in modo da far ingrossare il legno che, così gonfiato, esercitava una pressione elevata sui massi fino ad ottenerne il distacco. Successivamente i cunei di legno furono sostituiti da quelli di ferro, ribattuti con dei grossi martelli al fine di provocare il distacco dei massi.

In mancanza di fenditure naturali nella roccia, queste venivano realizzate artificialmente mediante le cosiddette "tagliate": si cominciava con l'incidere, mediante mazzuolo e lunghe subbie, dei solchi a forma di V, molto profondi, in modo da isolare quasi del tutto il blocco che si voleva estrarre, staccandolo poi dal monte con dei cunei al suo piede.

Con la scoperta della polvere da sparo, l'attività estrattiva fu notevolmente semplificata, anche se il suo impiego presentava svantaggi quali la produzione di grandi quantità di detriti inutilizzabili e fratture interne alla roccia. Si usava in dosi molto ridotte la polvere nera (esplosivo deflagrante che ha bisogno della miccia e non del detonatore come la dinamite) sotto forma di polvere o in cartucce che venivano depositate all'interno della roccia mediante fori effettuati a mano, battendo con una mazza un attrezzo chiamato "barra da mina" (lunga asta di ferro o acciaio temperata alle due estremità, delle quali una forgiata a scalpello).

Successivamente il foro veniva realizzato con l'utilizzo di un martello perforatore e, in questo caso si parlava di perforazione meccanica.

Una volta eseguito il foro, vi si deponeva sul fondo la carica esplosiva. L'innesco inizialmente avveniva a miccia, mentre successivamente divenne elettrico; in questo modo, si otteneva solo uno scoppio e quindi una sola rottura del blocco di marmo. Maneggiare con gli esplosivi, non era cosa facile, quindi tale compito era affidato solo a coloro che avevano una certa praticità (ad esempio a coloro i quali avevano prestato il servizio militare nel genio guastatori).

Negli anni Cinquanta con l'arrivo in loco dell'energia elettrica il lavoro alla cava, si fece meno pesante: soprattutto nella fase di squadratura dei blocchi di marmo, successivamente al distacco dalla montagna. Infatti, mentre in precedenza la prima lavorazione del blocco di marmo veniva effettuata a mano con scalpelli, per conferire misure commerciali e forme regolari, in questi anni si rese possibile l'introduzione dell'impianto a filo sul piazzale di cava: questo era composto da due fili d'acciaio uno dei quali avvolto ad elica intorno all'altro; il tutto aveva un diametro di 6-8 mm e una lunghezza maggiore di 1.000 m. La fune d'acciaio percorreva in continuazione un circuito chiuso, guidata da una serie di volanetti opportunamente disposti.

Il filo elicoidale, nell'entrare in contatto con la roccia produceva in essa un'incisione longitudinale e penetrava nella sua massa fino a provocarne il sezionamento. Il lavoro del filo era aiutato dall'aggiunta di una miscela abrasiva di acqua e sabbia opportunamente dosati (la sabbia impiegata deve essere costituita prevalentemente da materiale quarzoso (98%) e non da materie terrose). La sabbia trascinata dalle scanalature elicoidali del filo, scavava nella roccia un solco che si approfondiva a mano a mano che i volanetti di guida si abbassavano lungo i montanti dell'installazione.

Il filo elicoidale poggiava su due pulegge che lo guidavano, premendolo sulla pietra; un'altra puleggia, mossa da un motore elettrico, gli imprimeva un movimento di traslazione e, allo stesso tempo, l'attrito gli conferiva un movimento rotatorio che facilitava il trasporto della miscela acqua e sabbia, opportunamente dosati, con cui era irrorato in continuo. L'estrema lunghezza del filo elicoidale, trovava giustificazione nel rapido consumo dello stesso (in media durava 3-4 giorni di lavoro). Se da un lato questo filo elicoidale era un grosso vantaggio e un grande aiuto nel lavoro, dall'altro lato era una perdita di tempo, in quanto, esso non giungeva alla cava già impalmato ma necessitava ancora di questa operazione; dunque prima del suo utilizzo doveva essere steso completamente ed impalmato.

Tratto dalla Tesi di Laurea "La valorizzazione della ex cava di marmo bianco di Vezza D'Oglio, come fulcro di un sistema di percorsi verdi montani", Chiara Baccanelli, Università degli Studi di Milano, 2001-2002